ISABELLA MARA

WaterHouse
Alessandra Alliata. Text exhibiotion “Muovere le Acque”. June 2014, Milano.

Contraddistinto da un approccio poetico al tema dell'acqua, WaterHouse di Isabella Mara, è un ambiente-opera all'interno dello spazio espositivo, che attiva la memoria attraverso i sensi dell'udito e dell'olfatto: il suono e l'odore del mare sono installati all'interno di una roulotte. In questa casa itinerante Isabella Mara associa due elementi fondamentali nella sua pratica artistica: il concetto di casa come luogo mentale, insieme di sogni, pensieri ed esperienze che ci costituiscono, e quello di viaggio, come momento di incontro e condivisione.
I luoghi che l'artista visita viaggiando diventano lo spunto per raccontare storie nelle quali la sua esperienza del luogo si fonde con i ricordi e l'esperienza di chi lo abita. Su quest'onda di pensiero, WaterHouse è il luogo dove gli spettatori sono invitati a condividere una memoria artefatta attraverso la combinazione in un'unica sfera sensoriale del profumo del mare, del suono dell'acqua e del calpestio della ghiaia sul pavimento, suggerendo che il ricordo condiviso, anche se fittizio, crea comunque degli spazi di aggregazione.
L'Air Sculpture – l'odore – è realizzata dal Maestro Profumiere Christophe Laudamiel, di Dream Air, New York (USA). Il progetto è realizzato in collaborazione con Nicola Pozzani, Fragrance Lecturer presso la Kingston University, London, e University of the Arts, Berna.

TUTTI I POSSIBILI LUOGHI DEL SÉ. BODY PLACES DI ISABELLA MARA
Kevin McManus. Text exhibition "Riflessioni sul corpo e sul sacro". April 2013, Galleria San Fedele, Milano.

Il lavoro di Isabella Mara ci parla di luoghi. Era già così in Citazioni, opera con la quale l’artista vinse il secondo premio nell’ultima edizione del San Fedele: luoghi che vanno al di là della caratterizzazione geografica, per diventare centri di senso, definizioni dell’io. Ciascuno di noi vive un mondo fatto di luoghi mentali, di conglomerazioni di senso (ricordi, conoscenze, sogni, speranze, paure) che appartengono all’individuo, e che si differenziano dai luoghi fisici proprio per la loro esclusività, perché condividerli con l’altro è sempre l’esito di una scelta, o addirittura di una conquista. Mi pare che Isabella Mara si occupi soprattutto di questo aspetto, ovvero dell’estrinsecazione di questi luoghi intimi, della loro connessione con i luoghi dell’altro, con i luoghi del mondo che sta là fuori. C’è un’immediata bellezza in Body Places, in questa piccola architettura di pietre; una bellezza che scaturisce innanzitutto dalla sua capacità di parlare, a dispetto della natura minerale, muta del suo materiale. E non sono soltanto le frasi scritte in oro, tratte dall’edizione concordata dei Salmi, a parlare: c’è una forza di suggestione profonda, una mediterraneità, una familiarità che trasforma queste pietre in amuleti di un luogo condiviso, anche da chi ancora non sa che essi provengono da un villaggio albanese al confine con la Grecia, anche da chi in quei posti non c’è mai stato, né forse li ha immaginati. Ce lo aspettiamo quasi, che le pietre rivelino un qualche segreto, e non ci stupiamo che il segreto sia quello contenuto dalle sacre scritture. L’idea del “sacro” è presente da tempo nel lavoro dell’artista: una concezione che non si lega necessariamente alla pratica o alla fede religiosa (la scelta dei Salmi, già di per sé testi comuni a più fedi, è condotta in base alla pregnanza poetica dei testi più che a una loro lettura teologica), ma che riguarda un preciso modo di stare al mondo. Il “sacro” per Isabella Mara sta nell’atto di prendere piccoli luoghi della memoria, del sé, e farne un luogo praticabile dall’altro: l’installazione, pertanto, è forse il medium per eccellenza dell’espressione del sacro, nel momento in cui si costituisce come luogo creato dal soggetto artista appositamente per un fruitore che, dovendovi a sua volta trovare luogo, è parimenti attivato come soggetto. Il testo poetico è il punto di contatto, è la conoscenza condivisa grazie alla quale l’io e l’altro si scoprono essere nello stesso luogo. Un luogo in cui io e altro fanno corpo insieme.

L’etimologia del termine “salmo” è legata a un verbo greco che significa “percuotere”, “pizzicare le corde di uno strumento”. La musica del salmo risuona definendo un luogo, i cui confini coincidono con i limiti estremi raggiunti dal suono. Le pietre di Isabella Mara sembrano scolpire, ripetendola, la fisicità di questa musica.

I SUOI LAVORI SONO MOSAICI CON CUI RACCONTA PEZZI DI MONDO, PERSONE, LUOGHI
Olga Gambari. Text solo exhibition “Pass-Home / Torino”. June 2012, Vanni, Torino.

In fondo anche i pezzi di mondo, i luoghi, le persone sono mosaici, composizioni di frammenti diversi arrivati ad assemblarsi per fenomeni molteplici, per stratificazioni, depositi, attrazioni magnetiche. Ognuno di noi lo è, un assemblage anomalo e unico. Si è ciò che si porta dentro, mescolato a tutto quello che ogni giorno, in qualche modo, ci filtra dentro dall’esterno, o riemerge in noi da zone prima in ombra, rivelandosi.

Isabella Mara crea microcosmi fatti di collage e disegno a china. Mappe come racconti, che sono pagine di diario, archivio di umanità, visioni. Nella lunga serie di “Pass-Home / Torino” la figura umana e il luogo della casa, inteso come volume architettonico e ambiente domestico, si fondono in un ibrido iconografico poetico e dagli echi avanguardisti che racchiude l’individuo contemporaneo. Persone che hanno case al posto della testa, case che prendono fattezze umane, che volano via, che si strutturano in ipotesi urbane tra Borges e Calvino.
Il progetto è partito da un suo lunghissimo viaggio attraverso i Balcani.

Un’esperienza umana e geografica, che si è incontrata, leggendo un saggio di Bauman, con le teorie del sociologo francese Françoise de Singly. Singly riflette su come per donne e uomini contemporanei non abbia più senso parlare di radici e di sradicamento, ma di àncore che vengono continuamente issate e gettate di porto in porto. La casa è contenuta nel singolo, un luogo che ci si porta dietro e dentro, una casa mobile che si sposta, in un viaggio che dura tutta la vita. Mentre le radici, se tolte dalla terra, muoiono, al contrario le ancore si spostano agilmente di posto in posto.

La casa diventa ritratto personale dell’individuo a cui appartiene, spazio sempre più privato, non sociale. Da ambiente antropologico funzionale e necessario della quotidianità umana, a dimensione psicologica intima.

…spazio, Terra, continenti, stati, regioni, città, quartieri, isolati, palazzi, piani, appartamenti, stanze, uomini…

GIORNATEICONTATÈ. LA VITA E LA MEMORIA DEI LUOGHI
Gabriella Guida. Text solo exhibition "Giornateicontatè". May 2010, Palazzo Ferrero, Biella.

Cosa succede quando un'artista indaga la vita dello spazio? Lo spazio nel lavoro Isabella Mara non è semplicemente una porzione di città, non un reticolo geografico, nè un insieme di attività. Esso è soprattutto memoria, un filo che cuce insieme esperienze e ricordi di una comunità, un lavoro quotidiano fatto di tempo passato a parlare di ciò che cambia e ciò che rimane della vita del Piazzo a Biella.

Proprio il Piazzo sta sulla sua collina, sempre uguale e un po' diverso. I paesaggi contemporanei mutano velocemente e la memoria dei luoghi rimane attaccata a racconti fragilissimi oppure si perde nel generale senso d'incompiuto delle cose in divenire. Dov'era il forno ora c'è un ristorante, della farmacia rimane un'insegna sbiadita, mentre il carcere è diventato un ostello. Nella piazza-teatro la memoria lascia minimi segni, ma custodisce un immaginario che ancora anima i racconti della gente: di coloro che continuano ad abitarci, di chi è andato via e di chi passa, inconsapevole.

Giornateicontatè è un racconto promiscuo che rimette in discussione la stessa autorialità dell'artista. La sua presenza, sempre più concreta eppure discreta, rimane tra le righe dei racconti e degli incontri della ricerca quotidiana.
Un'attività che ben rappresenta il rinnovato interesse del mondo dell'arte per le pratiche collaborative, già fondamentali nel corso degli anni Sessanta e nel segnare il passaggio verso il postmoderno. In questa prospettiva ribaltata e lasciata nelle mani di chi voglia condividere il fare l'opera, l'artista rinuncia alla propria centralità e gestisce una continua negoziazione dei ruoli di autore, fruitore e collaboratore. Il processo, le condizioni che regolano queste relazioni, diventano i veri protagonisti. Per alcuni questo slittamento rappresenta soprattutto la possibilità di superare l'individualismo dell'autore, per altri una opportunità per creare una reale condivisione di risorse ed esperienze. L'equilibrio delicato della collaborazione, spesso costruita intorno ad un caso specifico, rischia continuamente di rompersi, di diventare una violazione, di strumentalizzare situazioni delicate, finendo per assimilarsi allo stesso sistema che tenta di contrastare.
La complessità di questo modo di fare arte non riesce mai a trovare una forma definita, non cristallizza in nessuna affermazione, mantiene ogni lavoro aperto alla discussione e mai compiuto.
I limiti temporali e spaziali del lavoro della Vergani sono solo apparentemente contenuti nei mesi di soggiorno dell'artista al Piazzo. Essi estendono in maniera indefinita nella vita precedente e successiva, in quella dell'artista e delle persone incontrate.
L'arazzo, esposto nei luoghi in cui ha vissuto, riporta le tracce delle relazioni tessute nel tempo attraverso gli occhi degli abitanti di Biella. Del sottile passaggio dell'artista rimane poco. Qualche voce e un diario che ricostruisce la storia dei giorni passati a raccontarsi.
Giornateicontatè.

UNA SORTA DI DICHIARAZIONE DI METODO
Iolanda Ratti, 2009.

Il mondo di Isabella Mara è popolato da figure androgine che urlano in silenzio, in un equilibrio solo apparente, degno delle fiabe di Andersen così come di alcuni film di David Linch.
Un immaginario ben definito e molto caratterizzato che, pur chiaramente percepibile fin dai dipinti su tela degli esordi, trova compimento e maturità a mio parere nei lavori realizzati dal 2007 ad oggi, utilizzando oltre alla pittura e al disegno media e pratiche diversi quali fotografia, installazioni, collage e video.

Il paesaggio onirico dell’artista si è arricchito negli ultimi anni di oggetti e suggestioni tratte dal contesto in cui vive. Questo avviene ad esempio nella serie di collage dedicata a Milano, realizzati assemblando minuziosamente ritagli di immagini prese da riviste e quotidiani, arricchiti da un segno appena accennato. Composizioni equilibrate ed eleganti, come i fotomontaggi di Hannah Hoch, ma con la carica emotiva di alcuni capolavori simbolisti della fine del secolo XIX.

Un tratto delicato e deciso rende riconoscibili le opere di Isabella, siano collage, disegni o interventi in apparenza delicati e leggeri, come nella serie di stampe dal titolo When I grow up (2008), che documentano un incisivo ed effimero “tatuaggio” fatto su una mela appesa ad un filo, o ancora nel Dutch Diary (2008), in cui l’artista utilizza delle bustine di the lasciate seccare come supporto per un improbabile diario durante la sua residenza presso un carcere olandese all’interno del progetto
“13Isolation”.
Nei video realizzati a partire dal 2005 lei stessa diviene protagonista di azioni reiterate, sottolineate da sforzi auto inflitti e movimenti violenti, che si collocano nella scia dei videotape dei pionieri della videoarte all’inizio degli anni settanta. Le brevi sequenze si risolvono spesso in bizzarri finali antiretorici, stranianti nella loro semplicità e nell’assurda attiguità al reale. Proprio dalla realtà l’artista prende spunto, deformandola ed elaborandola: sia essa il banale gesto di mangiare un gelato (ICE sCREAM, 2007) o il movimento impedito di una donna rinchiusa in pochi metri quadri e senza contatto con l’esterno, come in Flightless Bird (2008). Il tema dell’ultimo video di Isabella Mara che qui viene presentato, d…d (2009), unisce video e collage in un puzzle di rumori indecifrabili e immagini di occhi “rubati” e di lavandini, affini come forma e forse come funzione. Ma mentre il rubinetto scarica ed elimina, gli occhi raccolgono, immagazzinano, archiviano informazioni, spunti, suggestioni da rielaborare. Una sorta di dichiarazione di metodo, quindi, di un’artista certamente giovane, ma con una poetica definita e chiara. Una voce peculiare e originale all’interno del panorama attuale.





 

 

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